La voce di Marco
“Mio figlio non è un weekend”
Mi chiamo Marco, ho 43 anni e faccio il tecnico informatico a Bologna. Mio figlio, Leonardo, ha 9 anni e ama disegnare dinosauri. Fino a due anni fa, ogni sera lo accompagnavo a letto raccontandogli una storia. Oggi, quelle storie gliele scrivo in un taccuino, che gli consegno quando ci vediamo. Una volta ogni quindici giorni.
Quando la mia ex compagna ha deciso di interrompere la nostra relazione, non immaginavo che sarei diventato “il papà del weekend”. Un’etichetta che ferisce più della lontananza. Per mesi ho dovuto lottare per poter vedere Leonardo più di qualche ora. Mi sentivo un estraneo nella sua vita quotidiana: niente colloqui scolastici, nessun coinvolgimento nelle decisioni, neppure un buongiorno a colazione.
Poi ho trovato Ancora Papà ETS. In quei primi incontri, ho ascoltato uomini distrutti, confusi, ma ancora profondamente padri. Uomini che avevano perso una casa, ma non il cuore. Non ero solo.
Abbiamo fatto rete, ci siamo informati, abbiamo portato avanti azioni legali con dignità e pazienza. Ora vedo Leonardo due giorni a settimana e a weekend alterni. Non è ancora abbastanza, ma è un passo avanti. E soprattutto: lui sa che il suo papà non ha mai smesso di lottare per esserci.
A chi sta attraversando lo stesso tunnel, dico: parlate. Non lasciate che la rabbia o la vergogna vi chiudano la bocca. I papà non sono secondi genitori. Siamo radici.
— Marco T., socio di Ancora Papà ETS
